giovedì 13 aprile 2017

Scusa n. 99 - Un tempo si chiamava gita scolastica...

Avere figli in età scolare comporta, soprattutto per le donne, una serie di nefande implicazioni: svegliarsi di buon'ora al mattino, accompagnare i pargoli a scuola, seguirli nei compiti, recarsi ai colloqui con gli insegnanti e, soprattutto, tradurre, in un linguaggio che risulti comprensibile, la marea di nuove sigle e locuzioni che affollano il mondo della scuola e che hanno un effetto assolutamente destabilizzante su chi chiamava l'attività motoria educazione fisica, la verifica compito in classe, il MIUR  Ministero della Pubblica Istruzione, il collaboratore scolastico bidello, il debito formativo rimando a settembre, la scuola secondaria di primo grado medie e, udite udite, i viaggi di istruzione gite scolastiche. Ecco, proprio quelle... comunque vogliate chiamarle, sappiate che esse saranno la vostra ancora di salvezza per almeno una giornata o, nella migliore delle ipotesi, per quattro / cinque giorni. Perché? Ovvio, il vostro uccellino spicca il primo volo lontano da casa e voi proprio non ce la fate a lasciarlo andare via così. Avete un bisogno direi quasi ancestrale di essere costantemente rassicurate circa il suo stato di salute e la sua incolumità fisica. Motivo per cui chiedete al Preside, pardon, Dirigente scolastico, di potervi unire all'allegra combriccola di gitanti, fosse pure in veste di facchino, inserviente o assistente tuttofare. E se l'autorizzazione dall'alto non arrivasse, non disperate: avete sempre la possibilità di tallonare il pullman gran turismo con la vostra utilitaria... A meno che il POF non preveda che, in vista degli INVALSI e fatti salvi i dati sensibili, la componente ATA in gita possa essere sostituita dalla componente genitori (cioè, da voi): in quel caso, sareste a cavallo, e chissenefrega di permessi ed autorizzazioni!